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12 Nov

Mario Mantovani a Tempi: ‘E ora mi chiederanno scusa con un tweet?’

Mag 22, 2018
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Le storture e la violenza cieca del ‘circo mediatico-giudiziario’ italiano sono ben note, ai lettori de La Nostra Verità.

E’ un  tasto sul quale battiamo da oltre 1 anno e mezzo. Ecco perché, a quasi 1 settimana dall’ultima udienza del processo a Mario Mantovani, pubblichiamo una illuminante intervista che il Senatore ha concesso a Tempi, uno dei pochi organi di informazione che ha il coraggio del garantismo e che non si piega al furore giacobino dei manettari-giustizialisti.

Mario Mantovani non è mai stato un ndraghetista, le migliaia di persone che lo conoscono avrebbero potuto testimoniarlo senza esitazione. Adesso anche la Procura di Monza, dopo le notizie che travolsero Mantovani il 26 settembre del 2017, lo ha acclarato mediante l’archiviazione delle accuse sul cosiddetto caso Seregno. Ma c’è anche molto altro, molto di più. Buona lettura.

Da www.tempi.it, 19 maggio, intervista di Emanuele Boffi

«La notizia di reato era infondata». Intervista all’ex vicepresidente della Regione Lombardia scagionato a Monza dall’accusa di corruzione. «Possibile che esista solo un’informazione di parte?»

 In occasione delle sue dichiarazioni all’udienza al processo che lo vede accusato a Milano di corruzione, concussione e turbativa d’asta, l’ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani ha fatto notare che nell’altro processo che lo vedeva coinvolto a Monza, e relativo a una accusa di corruzione, è stato archiviato il 26 marzo scorso. «Le leggo la sentenza – dice Mantovani a tempi.it -. Qui si dice che “la notizia di reato è infondata”». Eppure il suo nome è apparso su tutti i giornali, accostato a quello di persone coinvolte in giri con la ‘ndrangheta. «Un’accusa infamante – prosegue – ve ne può essere una peggiore?».

NEMMENO UNA RIGA. «Lo sa che Tempi è il primo giornale che mi chiama?». Quando l’inchiesta partì, il suo nome era apparso su tutti i maggiori quotidiani nazionali, e in prima pagina. Mantovani fa l’elenco, come ripercorrendo con la memoria i titoli e gli articoli in cui si dava conto delle indagini, e senza troppo cautele garantiste: «Corriere, il Fatto, la StampaRepubblica. E poi il mio nome pronunciato durante i servizi dei tg o i dibattiti in tv. Ad oggi, quegli stessi quotidiani non hanno ancora scritto una riga su come sia andata a finire a Monza». È un problema serio. «Sì, è un problema di democrazia. Sono stato attaccato con una violenza inaudita e poi silenzio. Mi chiedo se questa è la libertà di stampa di un paese che si professa democratico. Possibile che ci sia sempre e soltanto un’informazione di parte?».

LE SCUSE CON UN TWEET. «Sono passati trent’anni dalla morte di Tortora, ma sembra che non abbiamo ancora imparato la lezione», chiosa Mantovani. «Si immagini il mio sconcerto la mattina quando ritrovavo il mio nome sui quotidiani, accanto a persone o collegato a fatti di cui non ero a conoscenza. Fui anche oggetto di un attacco molto forte da parte del M5s cui si accodò il Pd e che arrivò a chiedere il Daspo per non permettermi di entrare in consiglio regionale. Ora che faranno i vari Grillo, Di Maio, Buffagni? Mi chiederanno scusa con un tweet? Ricordo che scrissi anche all’Antimafia, a Rosy Bindi, e sa come fece? A margine di un’intervista disse che “Mantovani ha i tribunali per rispondere”. Bene, i tribunali hanno risposto, adesso come la mettiamo?».

20 MILA LETTERE. La politica, dice l’ex senatore forzista, «deve prendere posizione, altrimenti rischia di diventare schiava della malainformazione e della malagiustiza. Per fortuna a Monza i giudici sono stati corretti, anche se una maggior cautela da parte dei pm sarebbe stata opportuna».
In questo periodo, conclude, «ciò che mi ha aiutato è stato il sostegno della mia famiglia e le tante lettere, oltre 20 mila, che ho ricevuto mentre mi trovavo in carcere – 42 giorni a San Vittore e altri 141 ai domiciliari – per l’altro processo di Milano. Lettere, telegrammi e biglietti: un affetto che non mi aspettavo. Ora attendo di avere giustizia anche su quest’altra vicenda».

Foto Ansa

iustitiakant

 

 

 

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