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25 Sep

L’Italia, il centrodestra e la francia nell’era Macron: parla Mario Mantovani

Mag 18, 2017
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Le elezioni francesi, il senso della vittoria di En Marche e di Emanuel Macron, le lezioni che il centrodestra italiano può trarre, l’unità dei moderati e i suggerimenti a Silvio Berlusconi. La Nostra Verità ha intervistato Mario Mantovani, che analizza con noi il risultato delle presidenziali transalpine.

Senatore, cosa ci dicono e ci suggeriscono le elezioni francesi?

Dobbiamo analizzare molto attentamente il risultato francese. E’ stato eletto un Presidente che non è una chiara espressione dei moderati. Un tecnocrate, che vince perché le posizioni di Marine Le Pen non hanno convinto fino in fondo i francesi, rappresentando una rottura forse eccessiva. Macron peraltro vince con 20 milioni di voti sull’intero bacino elettorale, il che rende ancora più fragile la sua affermazione: quasi il 60% dei suoi concittadini non l’ha votato. Il Presidente Berlusconi è stato molto chiaro nei suoi interventi di questi giorni: i moderati hanno regalato la vittoria ad un candidato che non era il loro. Macron non rappresenta le forze popolari europee. Ora vedremo se saprà offrire le ricette giuste, anche se nutro qualche timore.

Macron vince con un alto numero di astensioni e di schede bianche. La frattura tra la politica e il sentimento popolare come si aggiusta?

I milioni di voti dispersi nelle elezioni francesi sono il segnale di uno scontento generalizzato. Le Monde ha sottolineato il fatto che per la prima volta dal 1969 al secondo turno l’affluenza alle urne sia stata più bassa che al primo (78,69%). La quota di schede bianche e nulle depositate nelle urne è stata pari al 12 per cento: un livello mai raggiunto nella cosiddetta Quinta Repubblica. Tutti segnali di un sentimento di indifferenza, rabbia e delusione che vediamo anche in Italia e in tanti altri paesi europei e che possiamo racchiudere nel cosiddetto “populismo”. Dietro a questa parola ci sono giovani che non trovano lavoro, artigiani sconfitti dalla burocrazia, imprenditori ostacolati nel loro lavoro da una legislazione farraginosa, famiglie spaventate dall’immigrazione clandestina e dalla insicurezza crescente.

Come si concilia, secondo lei, l’esigenza di guardare al futuro dell’Europa salvaguardando le ragioni di un popolarismo che non sia necessariamente populismo?

Spesso ci dimentichiamo che la parola populismo deriva da popolo, forse non nella sua accezione più nobile, ma non v’è dubbio che la buona politica consiste nel saper trasformare le recriminazioni del populismo in proposta e concretezza. Si tratta perciò di un fenomeno da capire e da ascoltare. Parliamo per esempio dell’Europa: tutti la critichiamo dicendo “stop ai poteri forti, sì al popolo”. Ebbene, al di là dello slogan, come tradurre questo proclama in un’azione concreta? Due le proposte: più democrazia, consentendo ai cittadini di eleggere il Presidente della Commissione- quello che davvero conta- e non solo l’Europarlamento. Più sovranità: basta con la moltitudine di regolamenti europei, scritti dalle burocrazie, che il nostro Paese deve necessariamente recepire. Introduciamo un limite costituzionale per cui l’Italia possa valutare, di volta in volta, cosa recepire o meno. Perché poi succede che si intervenga sulla lunghezza dei cetrioli o sulla possibilità di usare preparati per la realizzazione dei formaggi, a scapito della qualità dei nostri prodotti italiani. L’Europa si concentri su quello che i singoli paesi, in una realtà internazionale sempre più dinamica ed aggressiva, non possono più fare da soli: sicurezza, difesa comune, sostegno al mercato europeo e al Made in Italy, occupazione, investimenti, ricerca.

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Quali spunti, per il centrodestra italiano? Cosa consiglia a Silvio Berlusconi per rafforzare l’unità dei moderati?

Se penso all’Italia ,certamente l’esempio di Macron non è il migliore: andremmo a sostenere un uomo proveniente dalle fila della sinistra, quella sinistra che con gli ultimi anni di governo ha portato più disoccupazione, meno sicurezza, più tasse.
E’ pertanto determinante che Berlusconi ricostruisca l’unità della nostra coalizione. La storia passata e recente ci dice che da soli si perde, uniti si vince. E’ dal 1994 che è così. Dobbiamo tornare a mantenere il sacro patto con gli elettori: se si prende un impegno lo si rispetta: fisco, giustizia, governo dell’immigrazione, sostegno alla famiglia. In questo progetto occorre infine una riflessione forse anche sulle persone e sulle strutture in campo. Penso anche ad alcune situazioni in Forza Italia, dove si è puntato più ad escludere, che ad includere. E’ un errore da superare.

‘Noi Repubblicani’ lavorerà per ricomporre le fratture ed elaborare un progetto comune per il centrodestra italiano, traendo ispirazione e spunto da quanto succede in tutta Europa, dove soffia un forte vento di contrarietà alle burocrazie?

Vedo un lavoro enorme. Noi siamo quelli che propongono al presidente Berlusconi di ricostruire un centrodestra unito, offrendo un contributo all’alleanza per recuperare i voti persi, mitigare lo scontento delle persone, fare da collante per una formazione unita. Dalle varie regioni in questi giorni riceviamo telefonate di tanta gente che fino a poco tempo fa era in piazza nei nostri gazebo e con le nostre bandiere. Persone oggi stanche, deluse, arrabbiate. A loro vogliamo dire che la casa di tutti noi, quindi anche il loro futuro, è nel centrodestra.

Lei è ottimista e fiducioso di raggiungere questo obiettivo, tutt’altro che agevole?

Non posso pensare di lasciare ai miei figli un’Italia diversa da quella che mi lasciò mio padre: oggi il nostro Paese è stanco, sfiduciato, impaurito; in tema di diritti civili, poi, c’è ancora molto da lavorare. Finchè posso, darò volentieri il mio contributo.

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