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12 Nov

Il Santo Natale degli uomini liberi, di Vittorio Mantovani

Dic 24, 2018
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Non sono mai stato un predicatore. 

Nemmeno a Natale, giorno di grazia senza formalismi, che brilla nella coscienza e che rischiara le tenebre ed il buio. 

Per questo amo il Natale. E capita che mi ritrovi la mattina di quel giorno ad osservare lo sguardo sereno di mia figlia Amalia, che ancora dorme e naviga senza barriere tra i meandri d’oro dei sogni da bambina, assaporando inconsapevole l’attesa del risveglio che le porterà gioia e gli abbracci di una mamma che la adora.

Ecco perché amo il giorno Santo. Perché contano le “piccole cose”, semplici ed uguali per tutti. Quelle vere, che restano per la vita. E scivola via come spuma l’amarezza che usualmente percepisco nel vedere la solitudine dell’invidia oppure quella crepa sulle maschere appiccicate ai volti, che nasconde l’ipocrisia del buonismo e la presunzione di essere sempre e comunque sulla retta via come eterni dispensatori di vane speranze. 

Tante persone ho incontrato così, adeguate all’odierna cultura della caccia inviperita alle streghe. Hanno pranzato, bevuto e fumato con me. Tante volte.

Ci pensavo proprio stamane. Mi sono alzato di buona lena ed ho deciso di percorrere, come di consueto, le strade della periferia e dei campi, dove non si trovano i diamanti, ma l’aria sa ancora di fieno e di terra e di neve.

Correvo e s’imbiancavano le vie dei carri ed il freddo destava il torpore della mente. Poi ho ‘sceso’ la via della cantina di casa, rammentando a me stesso le gioie della libertà e la sua straordinaria potenza, che non risiede nello spazio bensì nella coscienza.

Anche rinchiusi dai muri o imprigionati dalla meschinità che gravita sorda intorno a noi, si può essere uomini liberi. Facevo tali riflessioni soffermandomi su ciò che così spesso siamo costretti a guardare.

Sorridendo, ho pensato a quelle locandine che vedo appese ai muri, che “recitano” ogni volta il nome della mia famiglia, affannandosi a cercare il torbido ove non c’è. Me li vedo come dinnanzi codesti grandi untori, avvoltoi affamati che ormai si azzuffano quasi da sé, in un “tempo”, il nostro, in cui sparare alla cieca diviene gaudio,  in cui si tagliano i volti e si genera il dolore per la “notizia” più eccitante. Sincera o meno, vera o mero frutto di “fantasie” ben calcolate al tavolo dello “share” , questo non conta. Conta godere e tutto è permesso.

Ho pensato a quanto spesso la storia corra e ricorra su se stessa, a come il processo barbaro alle streghe di Salem del diciassettesimo secolo, così lontano nella storia, così attuale nel suo esilio dimensionale, non sia servito a granché.

Allora erano povere streghe o stregoni innocenti, condannati per non ricordare una frase del Padre Nostro, a pendere dai cappi del patibolo. Oggi invece, grazie al “progresso”, sulle ghigliottine di certa stampa o sulle pareti virtuali di qualche social che alimenta l’ignoranza, possiamo prestare tutti il collo.. E’ solo questione di tempo…e di fortuna.

Ormai, nella “global adventure”, troppo spesso ci si imbatte in qualche pivello che ostenta lezioni di moralità senza pudore oppure in chi crede che dir la propria sia un imprescindibile dogma da affermare.

Non ci si accorge che a tacere, delle volte, si fa opera buona.

Io non sono per nulla perfetto. Non vado in chiesa per mostrare il mio abito migliore ed in genere preferisco le scarpe sporche di fango alle quisquilie ed ai brillantini natalizi che vagano di corpo in corpo come polveri sui tetti d’amianto.

Preferisco la tacita preghiera, magari intensa ma schiva, che non si mostra al planetario. Preferisco le relazioni umane, la cui mancanza è così evidente oggigiorno al mondo. Non ce ne accorgiamo e siamo sempre più soli.

Nessuno mai mi toglierà dalla mente le parole di Pirandello, che mio padre mi ripete nei momenti di confronto personale. Quelle parole che sfondano il “quotidiano pensare” per giungere ad una riflessione tanto semplice quanto profondissima e che recitano come nella vita incontreremo tante maschere, ma pochi volti.

A Natale sono proprio quei volti senza maschera che, come angeli scalzi, illuminano la via ed il tragitto; ed è a quei volti che devo la mia immutata serenità esistenziale.

Insomma, almeno per un giorno, forse per finta, forse per rassegnazione, voglio credere che anche il pensiero “maligno” si possa irretire alla carità e che tramonti persino il livore dell’invidia dinnanzi ad un abbraccio vero…

E se non ci sarà un abbraccio, basterà anche un abbacchio sulla tavola, purché regga la speranza…e l’odio, anche solo per un attimo, scompaia davvero.

Vittorio Mantovani

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